Waiting for New York

I figli di Donald Trump non voteranno per il padre alle primarie di New York. John Kasich è rilevato dai sondaggi come il repubblicano con maggiori possibilità di contendere ai democratici l’elezione alla Casa Bianca, ma ormai per lui è matematicamente impossibile riuscire a raggiungere la maggioranza dei delegati. Un GOP nel panico spera di evitare che l’unica alternativa a Trump sia Ted Cruz, ma le prospettive di una convention aperta sono in realtà piuttosto difficili. Tra i democratici, Bernie Sanders vince in diversi stati, e nel pieno della campagna elettorale, vola in Italia, invitato ad un convegno organizzato in Vaticano dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, insieme a leader sudamericani come Evo Morales e Rafael Correas. Infine, Hillary Clinton, ancora in testa alla competizione, si prepara per le primarie di New York, nella speranza che una sua netta affermazione nello stato di casa possa finalmente chiudere la partita. Insomma, un mese di aprile piuttosto interessante per quelle che appaiono come le più incerte elezioni americane da molto tempo a questa parte.

Repubblicani

Ivanka ed Eric Trump non andranno al seggio per votare il padre Donald alle primarie repubblicane. E non per esprimere un dissenso di tipo politico-familiare nei confronti dell’ingombrante figura paterna. No, il fatto è che non sapevano che per votare alle primarie di New York occorre registrarsi entro una certa data: si tratta infatti di una competizione elettorale chiusa, riservata agli elettori del partito (abbiamo spiegato cosa significa qui). “Erano, sapete, inconsapevoli delle regole, ma va bene, lo capisco” ha raccontato un imbarazzato Donald, che nell’ultimo mese ha dovuto fare i conti con altri e ben più rilevanti problemi nella sua corsa alla nomination repubblicana. Innanzitutto, il senatore texano Ted Cruz, che con la vittoria in Wisconsin si è avvicinato al magnate newyorkese e si è confermato come l’unico conservatore in grado di contendergli la vittoria. E poi, l’establishment del Partito Repubblicano, che in una battaglia fatta di regolamenti, denunce, ricorsi (sounds familiar, isn’t it?) prova a sbarrargli la strada vero la candidatura alle presidenziali. L’ultimo scontro riguarda le modalità con cui vengono scelti i dirigenti locali del partito che andranno a svolgere il ruolo di delegati alla convention nazionale; in sostanza, Trump accusa il Republican National Committee di lavorare per attribuirgli delegati vicini ai suoi avversari, pronti a schierarsi per altri candidati al primo momento utile. È quello che accadrebbe nel caso di una convention “aperta” (contested, in inglese): nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta dei delegati, che dopo le prime votazioni, sono liberi di cambiare e scegliere di sostenere un’altra personalità, anche tra chi non ha partecipato alle primarie. Uno scenario dalle pesantissime conseguenze politiche. La convention rappresenta, infatti, un importante momento di celebrazione per il partito, che si compatta attorno al candidato emerso dalle primarie e lancia in grande stile la fase finale della campagna elettorale. In questo caso si trasformerebbe invece in una tre giorni di serrate trattative e dure polemiche, che finirebbero per accentuare la forte spaccatura, ormai così evidente, tra la base repubblicana che ha partecipato al voto e scelto democraticamente i suoi rappresentanti, ed i suoi contestati vertici impegnati, invece, a ribaltare il risultato delle urne. Insomma, una situazione che indebolirebbe ancora di più un Partito Repubblicano che si avvia alla conclusione delle primarie in uno stato di forte fibrillazione.

Democratici

Bernie Sanders vive il periodo migliore della sua campagna elettorale. Le vittorie conseguite in otto diversi stati, tra cui l’importante Wisconsin, la popolarità in grande ascesa così come rilevata dai sondaggi e il sempre maggior afflusso di donazioni e finanziamenti per la sua campagna elettorale, spingono il senatore del Vermont a giocarsi il tutto per tutto in vista delle primarie newyorkesi di domani. A cominciare da un innalzamento dei toni e da un inasprimento delle accuse rivolte nei confronti di Hillary Clinton, cui l’ex Segretario di Stato sceglie di rispondere con forza. Insomma, dopo mesi di confronto duro ma relativamente moderato, anche in casa democratica si arriva allo scontro tra due diverse visioni politiche, una più pragmatica ed in continuità con la presidenza Obama, una più populista e di rottura rispetto alle scelte operate dai Dem a Washington. In questo quadro, desta molta curiosità la scelta del senatore democratico di volare in Vaticano per andare a parlare di economia e disuguaglianza ad una conferenza internazionale: primo caso nella storia di un candidato che a pochi giorni da un voto importante lascia la campagna elettorale per andare all’estero. Una scelta da alcuni interpretata come volta alla costruzione di un profilo politico internazionale, da altri come invece dettata dalla sintonia che il senatore del Vermont avverte nei confronti del nuovo corso della Chiesa Cattolica, così come guidata da un Pontefice molto attento ai temi della povertà e delle disuguaglianze sociali. Tra i due c’è stato anche un breve incontro riservato, lontano da telecamere e macchine fotografiche, che lo stesso Papa Francesco ha definito come un’occasione di cordiale saluto: “un segnale importante”, secondo i sostenitori del senatore democratico. Di cosa, non è ben chiaro.

Hillary Clinton resta favoritissima per la nomination democratica. Il vantaggio da lei accumulato sin qui è quasi irrecuperabile, soprattutto in considerazione del fatto che nelle primarie democratiche i delegati sono quasi ovunque assegnati con metodo proporzionale. Ma non è soltanto una questione numerica legata all’attribuzione dei delegati per la convention di Philadelphia. Come rileva il giornalista e statistico americano Nate Silver, Hillary vince in stati che rappresentano meglio di altri il Partito Democratico. È una questione insieme demografica e politica: Hillary si afferma con percentuali altissime in praticamente tutti gli stati del sud (insieme ad altri del nord), dove è molto forte la presenza di elettori afroamericani o di origine ispanica. Un elettorato che per idee, valori e bisogni non può essere considerato di tendenze conservatrici, come invece lo definisce Sanders nel tentativo di fornire una lettura del voto a lui più favorevole.

Domani si vota nello stato di New York: è dove Hillary ha lanciato la sua campagna elettorale, ha stabilito la sede principale del suo comitato, e per il quale ha svolto il ruolo di senatrice per otto anni. Ma New York è anche la città natale di Bernie Sanders, originario di Brooklyn. I sondaggi rilevano Clinton in vantaggio, ma Sanders ha già dimostrato di saper ribaltare pronostici sfavorevoli grazie al grande entusiasmo creato attorno alla sua candidatura. Ancora poche ore e sapremo come è andata a finire.

Alessandro Fiorenza

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