Un Super Trump e una Wonder Hillary

Repubblicani

It’s a Super Trump, it’ s a Super  Tuesday. E’ la sua giornata. E’ il suo momentum. Per Donald Trump, il Super Tuesday rappresenta un passo decisivo verso la vittoria finale: ormai non vi sono più dubbi, è lui il frontrunner delle primarie repubblicane, e da qui in poi sarà molto difficile, per i suoi avversari, riuscire ad impedirgli di ottenere la nomination. Dopo le tre vittorie consecutive in New Hampshire, South Carolina e Nevada,  il magnate newyorkese si afferma in 7 degli undici stati al voto in contemporanea nel super martedì delle primarie americane. E’ giunto primo, infatti, in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia, confermandosi come l’unico candidato del partito conservatore in grado di attrarre consensi su tutto il territorio americano, tanto negli stati del nord, quanto in quelli del sud. Come avevamo già spiegato qui , la fortissima contestazione della base repubblicana nei confronti dell’establishment del partito, la voglia di un outsider alla Casa Bianca, ampiamente maggioritaria tra gli elettori molto conservatori, la capacità di Trump d’ intercettarne la rabbia, di occupare il centro della scena e di volgere in suo favore ogni attacco o polemica di cui viene fatto oggetto,  unito alla sottovalutazione da parte dei vertici repubblicani, sono i motivi che conducono all’attuale scenario. In più, ciascuno dei suoi avversari, pur avendo ottenuto un risultato nel complesso piuttosto deludente, ha comunque ragioni per andare avanti nella competizione, continuando a mantenere diviso il fronte degli anti – Trump, e quindi, di fatto, dandogli una grossa mano. Per il magnate newyorkese, come scrive Francesco Costa su twitter, è la tempesta perfetta.

Male, piuttosto male Marco Rubio: vince in un solo stato, il Minnesota, mentre è terzo in quasi tutti gli altri, dove fatica a raggiungere la soglia del 20%. Nonostante il cambio di strategia, che lo ha portato ad impostare una campagna di comunicazione molto dura ed aggressiva nei confronti del suo principale avversario, la candidatura del senatore della Florida continua a non sfondare. Sin qui, a nulla sembrano essere serviti gli endorsement di importanti esponenti del partito repubblicano, e, nonostante sia tuttora considerato l’unico in grado di unire, e salvare, i conservatori americani, risultati alla mano non si vede perché gli altri candidati dovrebbero ritirasi e dare il proprio sostegno a lui (come John Kaisich, ad esempio, che in diversi stati gli arriva addirittura davanti).

Ted Cruz, invece, vince in Texas – il suo home state – in Oklahoma e Alaska, e può continuare a coltivare il suo obiettivo di trasformare la competizione repubblicana in una corsa a due tra lui e Trump. Difficile, ma vale il discorso fatto per gli altri: a questo punto, e visto il risultato dei diretti concorrenti, non vi sono ragioni per ritirarsi, anche se, per eterogenesi dei fini, questo potrebbe aiutare il frontrunner.

Giunti a questo punto, esiste un modo per impedire a Trump di ottenere la vittoria alle primarie? Esiste, anche se è un po’ cervellotico: si tratta di fare il possibile per non farlo arrivare ai 1,237 delegati necessari per la nomination alla convention di luglio. Il 15 Marzo si voterà in Ohio e Florida, grandi ed importantissimi swing state, che assegnano molti delegati e nei quali è necessario vincere per arrivare alla Casa Bianca. Ottenere qui buoni risultati, per gli avversari significherebbe aumentare il rischio di una convention repubblicana alla quale Trump giungerebbe in testa, ma senza la maggioranza assoluta. A quel punto, si aprirebbe una contested- convention: i delegati, dopo la prima votazione, sarebbero liberi di cambiare candidato, riaprendo del tutto la competizione. Insomma, la partita si fa complicatissima.

Democratici

Hillary Clinton vince il Super Tuesday, affermandosi in sette stati su undici – Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas e Virginia – scaccia i fantasmi del 2008, quando iniziò le primarie da grande favorita e fu sconfitta da Barack Obama, e si avvia a conquistare la nomination democratica per le elezioni presidenziali dell’8 Novembre. Certo, il percorso che condurrà alla convention democratica di Philadelphia del 25 luglio è ancora lungo, ma dopo un inizio stentato, le nette vittorie conseguite in Nevada e South Carolina le hanno permesso di riprendere slancio, e l’affermazione nel super martedì le assegna un vantaggio molto difficile da recuperare per il suo principale avversario. In più, Clinton si afferma ribadendo la forza della sua candidatura tra l’elettorato afroamericano: come spiega molto bene Gianluca Di Tommaso in un articolo pubblicato su Wired , sarà proprio la comunità nera – che non ha dimenticato il passato impegno in favore dei diritti delle minoranze dell’ex First Lady e del marito Bill (non a caso definito il primo presidente “nero” della storia) – a determinarne la vittoria finale.

Per Bernie Sanders il super Tuesday rappresenta un passaggio importante, di svolta: vince nei caucus del Colorado, si afferma in Minnesota, Oklahoma e Vermont, il suo stato natale, ma vede aumentare in modo esponenziale il suo distacco in termini di delegati e consenso elettorale da Hillary, e continua a scontare una fortissima difficoltà tra gli elettori afroamericani ed i cittadini di origine ispanica: due segmenti fondamentali, determinanti, dell’elettorato statunitense , senza l’apporto dei quali non solo è impossibile vincere le primarie democratiche, ma è anche molto difficile, se non improbabile, prevalere alle presidenziali di Novembre.  In ogni caso, la corsa del senatore del Vermont continua,  e nonostante non appaia in grado di poter raggiungere la vittoria finale, rappresenta comunque una proposta politica di grande rilevanza, ed un esperienza molto significativa all’interno del partito democratico. Sanders è stato in grado, infatti, di avvicinare alla politica ed ai progressisti americani un elettorato molto difficile, ed al contempo molto importante: quello dei giovanissimi, degli under trenta, che hanno in massa appoggiato la comunicazione appassionata  ed a tratti autenticamente competitiva del senatore auto definitosi socialista. È un elettorato di cui Hillary avrà bisogno, e questa sarà la sua prossima sfida: riuscire a vincere senza alienarsi le simpatie dei sostenitori di Sanders, ed ottenere, alla fine, anche il suo supporto.

 Alessandro Fiorenza

Le pagelle di Gini

Migliori in campo

Clinton: 7. Come gli Stati che vince nel Super Tuesday. Lo avevamo già detto e lo confermiamo: la Clinton è Max Allegri. Calma e sapienza tattica portano sempre dei risultati. Se poi puoi contare su Clinton-Marotta, poi, il gioco è fatto.

Trump: 7. Da Mourinho a Zeman, da Zeman a Mourinho. A volte gioca tutto all’attacco a volte è più tattico. Per questo Super Tuesday torna ad essere l’allenatore portoghese sfruttando al meglio i buchi difensivi del partito.

 

Sanders: 6.5.  Con lui ci abbiamo preso sin dall’inizio: Sarri è e Sarri rimane. Il voto è di fiducia, d’incoraggiamento. Come si dice la speranza è l’ultima a morire ma sembra che morirà abbastanza presto…

Kasich: 6,5. Zitto, zitto, procede con gli allenamenti di rifinitura osservando dal campo il maestro Mourinho. Continua a pensare al ruolo di secondo. È proprio il Villas Boas portabibite del portoghese. Se non si monta la testa, il vice Trump sarà lui.

Cruz: 6. Forse il paragone con Nevio Scala incomincia ad essere azzeccato. Come Benarrivo e Mussi, i suoi terzini fluidificanti iniziano a salire e fare dei cross. Sarà lui con il suo 5-3-2 a bloccare il gioco di Trump-Mourinho?

 

Peggiore in campo

Rubio: 5. Alti e bassi, avevamo detto. Lo confermiamo. Sempre più Stramaccioni che Pioli. Uscirà presto dal piazzamento Uefa? Pensiamo proprio di sì. 

 

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