Trump e Clinton vincono facile: les jeux sont faits?

Un’altra netta vittoria di Donald Trump e Hillary Clinton. Un altro decisivo passo dei due frontrunner verso la nomination dei rispettivi partiti. Le primarie tenutesi questa notte in cinque importanti Stati del nord-est degli Stati Uniti – Pennsylvania, Maryland, Delaware, Rhode Island e Connecticut – confermano il dato politico emerso dalle consultazioni di New York della scorsa settimana: i democratici difenderanno la Casa Bianca guidati dall’ex Segretario di Stato; i repubblicani dovranno rassegnarsi a sostenere la candidatura di un outsider cui è ormai molto difficile riuscire a sbarrare la strada.

Repubblicani

“È finita” esulta Donald Trump dal palco allestito all’interno della sua Trump Tower, lo sfarzoso edificio di sua proprietà collocato nel cuore di Manhattan e da dove, ormai molti mesi fa, aveva lanciato la sua candidatura. Il magnate newyorkese vince in tutti e cinque gli stati del nord-est al voto in questa tornata, raggiunge il cospicuo numero di 950 delegati, e compie un ulteriore passo di avvicinamento alla quota di 1.237 rappresentanti alla convention nazionale necessari ad assicurarsi la matematica certezza di ottenere la nomination.  “Mi considero il candidato in pectore del Partito Repubblicano”, ha concluso, e numeri alla mano stavolta è davvero difficile dargli torto. Di norma, infatti, giunti a questo punto delle primarie, la partita sarebbe chiusa. A fronte di un candidato certamente vincitore della competizione (anche se, per il momento, non ancora titolare della maggioranza assoluta dei delegati), e di suoi avversari cui anche la matematica ormai suggerisce l’impossibilità di contendergli la vittoria finale, il partito si avvierebbe verso la conclusione delle primarie lavorando per ricompattare le fila in sostegno del frontrunner: i candidati sconfitti lascerebbero definitivamente il campo, e le primarie ancora da tenere in diversi e importanti stati servirebbero solo a rafforzare la posizione del vincitore in vista della convention. Ma il caos in cui il GOP è precipitato ormai da diversi mesi non sembra, nonostante tutto, accennare a placarsi. Ne è un esempio l’accordo di non belligeranza stretto da Ted Cruz e John Kasich con l’obiettivo di impedire al magnate newyorkese di raggiungere la nomination. I termini del patto sono questi: entrambi matematicamente fuori dalla corsa alla maggioranza, anche relativa, dei delegati (il pessimo risultato ottenuto alle primarie di New York ha troncato definitivamente anche le speranze di Cruz), si impegnano a sostenersi a vicenda in alcuni degli stati che ancora devono andare al voto, allo scopo di non pestarsi i piedi e riuscire a sottrarre a Trump quanti più delegati possibili. Un’alleanza che, in verità, è durata poco più di ventiquattrore: Kasich, che aveva inizialmente promesso un passo indietro in Indiana per dare a Cruz una migliore possibilità di battere Trump, ha poi detto che i suoi sostenitori sono comunque tenuti a votarlo. Cruz ha ricambiato dicendo che non farà campagna per Kasich in New Mexico. Una situazione ai limiti del grottesco che ha fornito a Trump ulteriori argomenti utili per puntare il dito contro l’establishment repubblicano, e contro la disperazione di avversari pronti ad ogni trucco pur di non rispettare la volontà della base del partito.  The Donald ha ora davanti a sé un percorso tutto in discesa: ancora 622 delegati da assegnare, e diversi, importanti stati al voto nelle prossime settimane, con i sondaggi che continuano a premiare l’imprenditore. Difficile, se non impossibile, a questo punto riuscire per i suoi (tanti) nemici interni a sbarrargli la strada.

Democratici

Situazione più tranquilla, invece, dalle parti del Partito Democratico: Hillary Clinton vince in Pennsylvania, Maryland, Delaware e Connecticut, raggiunge quota 2.141 delegati (a meno di 250 dalla maggioranza assoluta per la convention democratica di luglio), e conferma quanto emerso dalle primarie di New York: sarà lei la candidata democratica per la Casa Bianca alle presidenziali di novembre. Nel consueto discorso tenuto di fronte ai suoi sostenitori, l’ex Segretario di Stato ha ringraziato il suo avversario Bernie Sanders, riconoscendone la forza e il grande sostegno ottenuto in questi mesi di duro confronto politico: un segnale di come nell’entourage di Clinton abbiano ormai cominciato a lavorare in vista della campagna elettorale d’autunno, e di come ritengano inevitabile l’uscita di scena da parte del senatore del Vermont. Sanders, infatti, vince nel solo Rhode Island, il più piccolo tra gli stati al voto martedì, e vede inesorabilmente allargarsi il distacco da Hillary Clinton: “la strada verso la nomination è stretta” ha riconosciuto lo stesso senatore. E non si tratta soltanto di una questione numerica legata all’assegnazione dei delegati per la convention nazionale. Dai risultati delle urne emerge un quadro nel quale la narrazione sin qui rappresentata dalla candidatura di Sanders, l’outsider vicino alle classi sociali più deboli in lotta contro il potere dei soldi di Wall Street, non corrisponde in realtà agli orientamenti maggioritari nell’elettorato democratico. Hillary, infatti, è dietro il senatore tra gli uomini ed i giovani under 30, ma è decisamente in testa in quei settori dell’elettorato cui, almeno in teoria, il messaggio di Sanders dovrebbe essere rivolto: redditi più bassi, donne, minoranze afroamericane ed ispaniche. In più, dopo la vittoria di New York, la Clinton si conferma come in grado di vincere anche in altri stati del nord, smentendo quanti sostenevano riuscisse ad affermarsi solo nel profondo sud degli Stati Uniti. Insomma, un quadro nel quale la Clinton può a ragione cominciare a considerare Donald Trump come l’unico avversario rimasto in campo per la conquista della Casa Bianca.

Sanders, dal canto suo, ha annunciato che non si ritirerà, ma continuerà la sua campagna elettorale sino alla convention: l’obiettivo, a questo punto, non è più quello di contendere la nomination, ma piuttosto quello di raggiungere una sufficiente forza numerica per spingere il partito ad adottare, in vista delle elezioni presidenziali, una piattaforma quanto più progressista e vicina alle idee che la campagna del senatore socialista ha comunque mostrato essere presenti e vivaci all’interno del Partito Democratico.

Le pagelle di Gini

Ormai lo possiamo dire con certezza: Clinton è come Allegri e Trump come Mourinho. Lo abbiamo detto all’inizio e lo confermiamo adesso. Il Buon Sarri-Sanders si è dovuto inchinare alla forza della storia e del potere della “vecchia signora”  mentre gli avversari di Trump, probabilmente, non sono mai neppure scesi in campo.

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