Presidente USA: donna o milionario?

“Abbiamo raggiunto una pietra miliare, la prima volta nella storia della nostra nazione di una donna candidata alla Presidenza da uno dei maggiori partiti”. Dopo la netta vittoria conseguita da Hillary Clinton alle primarie tenutesi questa notte in California e in New Jersey, è ora ufficiale un risultato in realtà nell’aria ormai da mesi, soprattutto dopo le consultazioni di New York di qualche settimana fa: sarà l’ex Segretario di Stato a contendere a Donald Trump la Presidenza degli Stati Uniti alle elezioni generali dell’8 novembre. Hillary batte Sanders vincendo le primarie democratiche, assicurandosi la nomination grazie a numeri e risultati che chiariscono in modo inequivocabile l’orientamento generale dell’elettorato progressista americano: è prima, infatti, per numero di stati vinti, prima nel voto popolare – dove si afferma con 15 milioni di voti contro gli 11 milioni conquistati dal Senatore – e nettamente prima per numero di delegati conquistati alla convention nazionale del partito. Ma non basta: Clinton supera il suo avversario anche nei segmenti demografici più importanti ed elettoralmente influenti della politica progressista statunitense, come la comunità afro americana, i cittadini di origine ispanica, le classi sociali più deboli e colpite dalla crisi economica. Insomma, nella notte in cui finiscono le primarie e le elezioni generali hanno inizio, Hillary si presenta ai nastri di partenza forte di un risultato netto e di un sostegno compatto da parte della base del proprio partito: “Trump punta a vincere diffondendo paura e spargendo sale sulle ferite. Ma noi siamo meglio di tutto questo. Non lasceremo che questo accada”.

Ma Sanders, nonostante tutto, non molla. Contrariamente a quanto fatto dalla stessa Hillary nel 2008, che a questo punto delle primarie annunciò il suo ritiro dalla corsa e chiese ai suoi sostenitori di appoggiare Barack Obama, Bernie Sanders non ci sta e va avanti, nonostante i numeri ormai lo condannino in maniera definitiva, e i dati demografici dell’elettorato progressista smentiscano nettamente la narrazione della sua campagna elettorale, impegnata da oltre un anno a dividere il campo tra l’establishment clintoniano legato ai poteri forti di wall street, e l’outsider in lotta per i diritti dei più deboli (che da mesi, però, votano in massa Hillary Clinton).  L’obiettivo dichiarato del Senatore è quello di arrivare alla convention democratica di Philadelphia e convincere in quel contesto i cosiddetti superdelegati (dirigenti ed eletti del partito che partecipano all’evento di diritto e possono scegliere liberamente quale candidato appoggiare per la nomination) a schierarsi con lui, ribaltando così il voto popolare. Uno scenario irrealizzabile, che rivela in realtà il vicolo cieco in cui è andato ad infilarsi, incapace di riconoscere il semplice dato di fatto della sconfitta subita. Un serio problema, perché rischia di sprecare il patrimonio politico comunque portato in dote alla causa democratica nel corso di queste primarie, grazie ad una campagna elettorale in grado di rompere il monologo clintoniano che si prospettava all’inizio e di promuovere una mobilitazione della base democratica che altrimenti non ci sarebbe stata, soprattutto in relazione all’elettorato dei giovani sotto i trent’anni:  i toni sempre più accesi, i fischi  che dalla platea si riversano contro Hillary ad ogni iniziativa pubblica,  il rifiuto di ritirarsi dalla competizione per sostenere la vincitrice (e proprio nel giorno i cui i media americani titolano sulla “storica” prima volta di una donna candidata alla Casa Bianca), rischiano di creare serissimi danni al Partito Democratico in vista delle imminenti elezioni generali. La prossima settimana ci sarà un incontro tra il Senatore socialista e Barack Obama, che sta lavorando in queste ore proprio per ricompattare il partito attorno a Hillary: la speranza dei democratici è che il Presidente si dimostri in grado di trovare la giusta mediazione e di convincere Sanders a lavorare insieme al resto del partito in vista della dura competizione elettorale che si prospetta di qui fino a novembre.

Tra i repubblicani il clima non è migliore, e questo nonostante ormai da qualche settimana non ci sia più nessuno in grado di contestare la candidatura alle elezioni generali di Donald Trump, ormai sicuro della nomination repubblicana. Svanita infatti la possibilità di una convention aperta dopo la conquista da parte del magnate newyorkese della maggioranza assoluta dei delegati, nel GOP c’è chi ancora non ha digerito l’inequivocabile responso delle urne, e lavora ad ipotesi – per la verità piuttosto impraticabili – di candidature alternative ai partiti maggiori. I media americani riportano retroscena, sistematicamente smentiti dai diretti interessati, che vedrebbero coinvolti in queste operazioni diversi ed importanti personaggi del fronte conservatore americano, come ad esempio Mitt Romney, candidato alle presidenziali sconfitto da Obama nel 2012. Non accadrà nulla di simile, con ogni probabilità, ma voci di questo tipo rendono bene l’idea dell’aria che si respira all’interno del Partito Repubblicano, che continua a vedere nell’imprenditore premiato dalle primarie un pericoloso corpo estraneo.

Da parte sua, Trump non sembra minimamente preoccuparsi delle convulsioni interne al proprio partito, e tira dritto nella sua campagna elettorale non modificando di una virgola i toni e gli argomenti utilizzati sin da quando, ormai oltre un anno fa, presentò ufficialmente la sua candidatura. Ultima, furibonda polemica in ordine di tempo, riguarda il commento rivolto ad un giudice federale, Gonzalo Curiel, definito da The Donald come inadatto a giudicare in una causa contro di lui perché messicano (è indiano, in realtà) e quindi prevenuto.  “Sono dichiarazioni tecnicamente razziste, e non-americane” ha reagito prima degli altri Ben Sasse, giovane senatore del Nebraska, repubblicano in ascesa e uno dei più critici contro la candidatura di Trump. E molto forte è stata anche la reazione della comunità dei latino-americani, la cui importanza dal punto di vista elettorale è ormai nota e ampiamente rilevata. Molti media, inoltre, riportano la reazione sconsolata di Paul Ryan, speaker della camera dei Rappresentanti, terza carica dello Stato, figura istituzionale e di vertice del Partito Repubblicano che ha di recente – e in verità, dopo molte esitazioni – annunciato il suo appoggio, obbligato, a Trump, e che a fronte di queste polemiche richiama i conservatori a concentrarsi maggiormente sui temi dell’economia e della lotta alla povertà. Difficile prevedere quanto male possano fare queste polemiche ad una candidatura che, sin qui, è andata anzi affermandosi proprio grazie alle logiche dello scontro frontale: la base repubblicana ha detto, senza mezzi termini, che il suo campione è Donald Trump, con tutto il contorno di modi e linguaggio da uomo duro e concreto –  spesso rude e sopra le righe – che non accetta mediazioni di sorta e da voce alla rabbia e alla paura del ceto medio americano. Quanto questa narrazione riesca poi a sfondare anche nel resto della popolazione degli Stati Uniti è ancora tutto da vedere.

Sarà Hillary contro Trump, dunque. Sarà la narrazione della paura e dei muri lungo i confini, contro l’appello al senso di comunità e di unità di una nazione. Sarà la continuità nella politica economica e nelle scelte di politica estera fatte dall’amministrazione di Barack Obama, contro il filoputinismo e il dialogo con i movimenti xenofobi e populisti presenti in Europa. Sarà la prima donna della storia candidata alla Casa Bianca, contro l’imprenditore multimilionario prestato alla politica. Sarà una lunga, lunghissima, campagna elettorale.

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