Mix lobbying

Nell’era della lobby 3.0 è “corretto parlare di lobby-mix, cioè un’azione che si determina attraverso una pluralità di strumenti che concorrono tutti insieme a far modificare una decisione pubblica”. Attorno a questo concetto, sabato 18 giugno,Antonio Iannamorelli – Direttore operativo di Reti – ha sviluppato la seconda lezione del corso, rendendo ai partecipanti un’attenta panoramica sul mondo della rappresentanza degli interessi e del contesto in cui essa opera.

Attraverso l’analisi di alcune decisioni pubbliche, Iannamorelli ha messo in luce come queste non si limitino ad essere frutto di un meccanismo interno al procedimento burocratico, ma anzi vengano influenzate in maniera maggioritaria da fattori esterni che “casualmente o in maniera coordinata, si muovono affinché difronte all’esposizione di una posizione, l’anello della catena seguente si muova” in maniera consequenziale. Questi fattori esogeni costituiscono il processo decisionale sostanziale: terra fertile per l’attività di lobbying che, ha spiegato Iannamorelli, intende indirizzare una parte “degli accadimenti che dall’esterno influenzano il processo decisionale formale”. Per il lobbista, dunque, è necessario maneggiare con cura il processo decisionale formale, tenendo presente che, tuttavia, quest’ultimo esaurisce solo in minima parte ciò che realmente accade. La mescolanza dei procedimenti nella corsa alla decisione pubblica, infatti, è già prevista all’interno del dettato costituzionale, dove burocrazia e ordinamenti sono contrapposti alle formazioni sociali, legittimate ad interloquire con il decisore al fine di esercitare il loro protagonismo.

Delineato il campo d’azione, Iannamorelli ha prospettato l’ “opera prima” dell’attività di lobbying, secondo cui il lobbista “Deve riuscire a seminare il dubbio”. “Dovete immaginare – ha chiarito il Direttore operativo di Reti – il complesso delle istituzioni come una persona – braccia, gambe, occhi e, soprattutto – il pensiero, di cui voi dovete essere modificatori”. Questo perché “se il decisore pubblico non ha il dubbio che quella – ipotetica – condizione descritta nel momento necessiti di approfondimenti, è chiaro che quella partita non la si inizia neanche a giocare”. Pertanto, affinché vi sia il fatidico kick-off nella modifica di una decisione, è opportuno ricorrere allo studio delle azioni da mettere in campo congiuntamente: il lobby mix, quindi.

Nient’altro che un’azione multicanale, un ponte tra la lobby 1.0 , con il lobbista che, per intenderci, attende il proprio turno nell’androne del decisore pubblico per rappresentare gli interessi di cui è portatore; la lobby 2.0, che fa affidamento sulle terze parti e introduce gli strumenti tecnologici; e la lobby 3.0, che riesce a sfruttare gli strumenti della comunicazione attraverso strategie avanzate. Questo è il lobbying-mix, l’arma vincente del lobbista che, pur essendo ispirata alle dinamiche del marketing ha una funzione solo complementare all’attività di vendita. L’attività di lobbying, infatti, “crea le condizioni affinché un determinato mercato offra a una singola azienda le occasioni per alimentare il proprio business”. Quindi, continua Iannamorelli, “Non concerne direttamente l’attività di selling – ma – influisce sulla stessa, creando condizioni di bisogno”.

In conclusione, Iannamorelli ha passato sotto la lente di ingrandimento un episodio cruciale del secolo scorso: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra. In tal modo, scomponendo ogni fase dalla non belligeranza all’azione, è stato possibile capire il modus operandi dei gruppi di pressione. Così, accostando una funzione ad ogni passaggio, il Direttore operativo di Reti ha fatto notare alla classe che nonostante l’innovazione abbia cambiato le modalità con cui si studia un’azione di lobbying, il più delle volte le dinamiche sono le stesse di oltre 100 anni fa.

Matteo La Stella 

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