La lobbying verde-oro: un lobbista (italiano) in Brasile

In Brasile i lobbisti vivono nella stessa situazione dei colleghi italiani:  il lobbying non è regolamentato (sebbene sia legittimato dalla Costituzione Federale Brasiliana nel suo art.5). I numerosi progetti presentati al Congresso Nazionale ( su tutti quello dell’ex vice Presidente della Repubblica ed ex senatore Marco Maciel nel 1989, approvata al Senato ma mai discussa alla Camera), sono praticamente abbandonanti o procedono a rilento. Dal punto di vista storico l’attività di lobbying in Brasile ha iniziato a svilupparsi verso metà degli anni 70 (sebbene in questi anni per via della dittatura militare non vi fosse molto margine di manovra). Dato che il processo decisionale era molto centralizzato, per influenzarlo era sufficiente conoscere generali con incarichi strategici per ottenere il successo della propria azione di pressione.

Il termine lobby quindi (come spesso avviene in Italia) viene utilizzato dall’opinione pubblica brasiliana come sinonimo di corruzione e traffico d’influenze. Numerosi, infatti, i casi di corruzione presenti nel Paese (si pensi alla recente operazione Lava Jato che ha coinvolto numerosi politici del PT, partito di Governo, imprenditori, banchieri e faccendieri definiti dalla stampa come lobbisti il cui fondamento si basa sulla ns. Mani Pulite). Perfino l’ex Presidente Lula è stato coinvolto in una presunta operazione di traffico d’influenza (si pensa che sia intervenuto con il Governo della Namibia al fine di aiutare ad ottenere commesse per la maggiore azienda di costruzioni del Paese, la Odebrecht il cui Presidente si trova attualmente in carcere per corruzione). Soltanto ultimamente le cose stanno iniziando a cambiare in positivo, con il grande incremento di professionisti che lavorano nel settore (stima di 2.000 persone e che utilizzano sempre di più i sinonimi di Direttore delle relazioni istituzionali, Direttore delle relazioni con il governo e advocacy in sostituzione dell’accezione negativa che, purtroppo, il termine lobby ancora ha), con la nascita di master specifici nel settore (su tutti quelli della FGV nelle città di Brasilia, San Paolo e Rio de Janeiro) e con la costituzione di associazioni di lobbisti (ABRIG , ABERJE). In particolare l’ABRIG sta portando avanti un progetto affinché siano introdotte regole secondo il modello adottato in Canada, che richiedono che i lobbisti si registrino e informino con chi si incontrano, in nome di chi e per quale motivo.

Trattandosi di uno Stato di notevoli dimensioni ed essendo una Repubblica federale, i lobbisti oltre che nella Capitale Brasilia agiscono anche nei governi  dei vari Stati (sono molto presenti anche nell’area di San Paolo – la più ricca del Paese, paragonabile a Milano). Del resto, trattandosi di una nazione in cui il 40% del prodotto interno lordo dipende dallo Stato, l’attività di lobbying non smetterà mai di esistere e sarebbe meglio procedere con la regolamentazione quanto prima, al fine appunto di evitare il ripetersi di eventi di corruzione.

Anche le principali aziende italiane (su tutti FCA, presente con due stabilimenti negli Stati di Minas Gerais e Pernanbuco e Pirelli presente con 5 stabilimenti) svolgono azioni di lobbying nel Paese per via dei molteplici interessi economici rappresentati.

Gabriele Giuliani 

Partecipante del corso lobbying organizzato dalla Running Academy

 

 

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