L’abbecedario delle primarie #USA2016

Tempistiche

Le primarie americane coprono un arco lungo circa sei mesi, dai caucus dell’Iowa di inizio febbraio fino alle convention dei partiti che si terranno nella seconda metà di luglio. Un processo lungo e complesso, nel quale è a volte difficile sapersi orientare.

Come funzionano

Il loro svolgimento è disciplinato dalla legge, di rango sia federale che statale, oltre che dai regolamenti che ogni partito autonomamente decide di darsi. Si tratta di un’elezione indiretta: ciascuno stato elegge propri delegati alle convention nazionali dei due partiti, durante le quali verrà ufficialmente assegnata la nomination per la corsa alla Casa Bianca. I criteri di attribuzione dei delegati ai candidati che partecipano alla competizione variano a seconda dello stato preso in considerazione: alcuni adottano il sistema del maggioritario puro, in base al quale chi arriva primo ottiene tutti i delegati altri, invece, li assegnano in proporzione ai voti ottenuti. Così come varia da stato a stato anche la partecipazione, in alcuni casi lasciata aperta a tutti i cittadini interessati (primarie aperte), in altri invece riservata a coloro che al momento dell’iscrizione nelle liste elettorali per le elezioni generali (iscrizione che in America è obbligatoria), hanno scelto di registrarsi come elettori del partito democratico, repubblicano o indipendenti. Infine, si distingue tra primarie tradizionali e caucus. Le prime, si svolgono come una normale elezione, con seggi distribuiti sul territorio, aperti l’intera giornata, gli elettori che si presentano, votano e vanno via, e infine c’è lo scrutinio finale. I caucus, invece, si svolgono in modo più articolato.

Caucus

Termine usato per indicare un’assemblea, un comitato o una riunione politica. Il loro svolgimento, e le procedure attraverso le quali gli elettori esprimono la propria preferenza, variano da stato a stato, e da partito a partito. In Iowa, ad esempio, si sono svolte così: in ciascuno dei 1.774 collegi in cui è stato suddiviso il territorio, intorno alle 18 di lunedì, elettori democratici e repubblicani si sono riuniti in luoghi come scuole, chiese, biblioteche pubbliche o, anche, abitazioni private messe a disposizione dei partiti. I repubblicani hanno dapprima assistito ai rappresentanti dei loro candidati che si sono alternati sul palco per pronunciare un ultimo appello al voto e, poi, hanno espresso la propria preferenza, scrivendo il nome prescelto su un foglio, a voto segreto. Per i democratici, invece, la procedura è stata più complessa: dopo aver ascoltato gli interventi , i presenti all’assemblea si sono fisicamente riuniti in gruppi, aggregandosi in base al candidato prescelto (esprimendo il proprio voto, dunque, in modo palese). Gli elettori dei gruppi che non hanno raggiunto la soglia del 15% dei democratici presenti al caucus, hanno dovuto scegliere a quale altro gruppo aderire, pena il non conteggio del proprio voto. Sono state ore, quindi, di discussioni e trattative piuttosto intense, che hanno coinvolto, soprattutto, attivisti ed elettori molto motivati, e che per questo di frequente conducono a risultati difficilmente prevedibili. Proprio come avvenuto agli Iowa Caucuses 2016.

Momentum

E’ l’obiettivo di ogni candidato, il fine ultimo di ogni singola strategia comunicativa e politica messa in atto da ogni campaign teams: la creazione del momentum, termine usato per indicare il clima che viene a crearsi attorno al candidato, che a seguito di un’affermazione particolarmente importante in uno stato, od anche nel corso di un dibattito televisivo, ottiene una spinta in avanti che diviene col tempo constante, e che a sua volta porta a registrare un aumento di sostenitori e di donazioni. Così accadde con Obama nel 2008: dato all’inizio molto indietro nei sondaggi, la sorprendente vittoria ai caucus dell’Iowa gli diede la spinta necessaria a diventare un serio competitore (il più serio, si scoprirà poi) dei favoriti di allora.

Caucus, primarie: open or closed?

In Iowa, i caucus del partito repubblicano sono stati riservati agli elettori repubblicani, mentre le assemblee democratiche hanno aperto le porte solo ai propri sostenitori. Caucus closed, dunque. In New Hampshire, invece, i cittadini hanno potuto scegliere liberamente a quale primarie partecipare, senza limitazioni (o quasi). Primarie open, quindi. Per comprendere in cosa consiste, nelle elezioni americane, la differenza fondamentale tra primarie aperte e primarie chiuse, occorre andare a vedere come funziona il sistema elettorale per le elezioni generali. A partire da un confronto. In Italia, in occasione delle elezioni, sono gli uffici elettorali dei comuni che inscrivono i cittadini dai 18 anni in su nelle liste elettorali, gli elenchi che raccolgono i nominativi di tutti gli aventi diritto al voto residenti nel comune. Un processo che avviene in automatico. In Usa, invece, bisogna andare fisicamente ad iscriversi presso gli uffici preposti e, al momento della sottoscrizione, operare una scelta: registrarsi come elettore democratico, come elettore repubblicano, oppure come elettore indipendente. Alle elezioni è, poi, garantita la possibilità di votare liberamente. In alcuni Stati questa registrazione è, però, requisito essenziale per poter partecipare alle primarie per la scelta del candidato del partito alle elezioni presidenziali. In origine, in tutti gli Stati Uniti erano organizzate primarie chiuse. Poi è stata la California, seguita via via da altri Stati, a sperimentare l’apertura dei seggi senza prevedere limitazioni, con una postilla: se vai a votare alle primarie di un partito, poi non puoi partecipare a quelle organizzate da altri.

Il sistema delle elezioni presidenziali

L’ elezione del presidente degli Stati Uniti è, almeno formalmente, indiretta. I cittadini americani di ciascuno Stato eleggono i delegati al Collegio elettorale degli Stati Uniti (United States Electoral College), composto da 538 grandi elettori, che poi elegge il Presidente e Vice Presidente. I delegati sono attribuiti secondo il principio del winner takes it all, per il quale il candidato che in uno Stato prende un voto in più rispetto agli altri ottiene tutti i grandi elettori eletti di quello stato. Ogni Stato elegge un numero di delegati pari alla somma dei Senatori (100, due per ogni Stato, quindi), dei deputati (435, assegnati in proporzione alla popolazione residente nello Stato) più tre rappresentanti del Distretto di Columbia in cui si trova la capitale Washington. Per vincere le elezioni, quindi, occorre conquistare almeno 270 grandi elettori, ed è fondamentale riuscire a arrivare in testa negli Stati più grandi e popolosi.

Grandi elettori 

tabella fatta da Stefano Ragugini e Marco Cappa

Swing State

Sono gli stati in bilico, i più ambiti, quelli la cui conquista può rappresentare un passaggio fondamentale per la vittoria delle elezioni presidenziali. Sono chiamati così perché di volta in volta, elezione dopo elezione, i propri elettorati premiano alternativamente il partito repubblicano o il partito democratico. Non sono, cioè, roccaforti che le due storiche forze politiche americane dominano da sempre (come il Texas per i repubblicani, o l’Illinois per i democratici), ma Stati, tendenzialmente medio grandi, dall’elettorato composito ed eterogeneo e che, di fatto, finiscono per ricoprire il ruolo di campioni rappresentativi del comportamento medio dell’elettorato americano. Tra gli swing state più importanti e celebri, c’è ad esempio la Florida, lo stato di Marco Rubio, la cui discussa attribuzione a George W. Bush nelle elezioni del 2000 determinò, addirittura, il risultato finale. E poi c’è l’Ohio. Stato dove dal 18 al 21 Luglio il GOP terrà, non a caso, la propria convention, governato da uno dei candidati del lotto dei repubblicani, John Kasich, ed è lo Stato dove, praticamente ad ogni elezione, i cittadini premiano in maggioranza il candidato che verrà poi eletto Presidente degli Stati Uniti. Così è avvenuto con il repubblicano George Bush, così è accaduto per il democratico Barack Obama. Insomma, come scrive il giornalista americano Chris Cillizza sul Washington Post, “come va in Ohio, così vanno le elezioni presidenziali”.

Alessandro Fiorenza @AleFiorenza

Partecipante corso “Comunicazione, lobby e politica” – Running Academy

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