E’ tutta una questione di Primarie…

Proveremo a seguire le primarie  in USA, settimana per settimana, con analisi e approfondimenti di quanto sta accadendo oltreoceano: possibili sviluppi ed eventuali conseguenze sul piano internazionale con riflessioni  in termini di comunicazione, lobbying e politica. Lo farà Alessandro Fiorenza, uno di noi, uno della della Running Academy

Ci siamo. Dopo circa un anno di campagna elettorale, di candidature lanciate con grande risonanza e poi naufragate, di spot televisivi, dibattiti in prime time, sondaggi elettorali, polemiche e indiscrezioni, endorsement più o meno utili, di scandali o presunti tali, finalmente, ci siamo. Oggi  (lunedì primo febbraio), con i caucus in Iowa, iniziano le primarie americane e, con loro, il lungo processo che porterà alla scelta del successore di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti. Vale a dire, per tutti gli appassionati di politica americana ma, anche di campagne elettorali, comunicazione e lobbying, l’evento più importante, da osservare, approfondire, studiare e commentare. Seguire le elezioni americane, leggere sui media statunitensi le notizie, le dichiarazioni, le analisi, le strategie e le previsioni, assistere ai dibattiti televisivi, consultare i profili social dei candidati, seguirne le iniziative, ascoltarne i discorsi, informarsi per conoscerne la storia e comprenderne le posizioni politiche, tutto questo, messo insieme, porta a chiedersi: perché le nostre primarie, quelle che facciamo qui in Italia, non sono come quelle americane?

Il tema è complicato. Le ragioni sono tantissime, e derivano, senza dubbio, dai diversi sistemi costituzionali e politici dei due Paesi, uno presidenziale ed essenzialmente bipartitico, l’altro parlamentare e (storicamente) pluralista. Difficile, e lavoro che è più corretto affidare ad un trattato di politologia che ad un breve articolo, analizzarle ed approfondirle una per una, ma c’è una ragione di fondo che, a mio avviso, le racchiude tutte. Ed è una motivazione insieme culturale e politica. Le primarie rappresentano, essenzialmente, uno strumento di selezione dal basso della classe dirigente di un partito o di una coalizione di partiti. Meglio, di selezione della loro leadership. E attenzione, dal basso: vale a dire che, almeno in termini teorici, servono a promuovere la partecipazione della platea di cittadini-elettori più ampia possibile ad un importante processo decisionale; quest’ultimo, in prospettiva, porta a determinare la scelta di coloro che, ricoprendo incarichi elettivi istituzionali, assumeranno il ruolo di decisori pubblici. In altri termini, si tratta del mezzo per allargare la base dei soggetti titolati a decidere chi rappresenterà il partito alle elezioni. L’effetto che le primarie producono è l’emersione di leadership maggiormente legittimate, meno legate ai gruppi dirigenti dei partiti e, per questo, più indipendenti e più forti. Ed è proprio qui che si registra la prima frattura tra il modello italiano e il sistema americano: assumere definitivamente le primarie come prassi consolidata, fissarne procedure e regolamenti per legge, e di fatto sottrarle all’arbitrio dei gruppi dirigenti dei partiti, vuol dire, per quegli stessi gruppi, cedere potere decisionale, e sul tema più delicato di ogni sistema politico, quello del ricambio della classe dirigente, in Italia storicamente fondato sul sistema della cooptazione. Si tratta di un passaggio molto complesso in cui si rilevano, nella sostanza delle regole, alcune difficoltà a trasferire potere decisionale nella selezione della leadership di partito dai gruppi dirigenti al corpo elettorale.

Per questa ragione di fondo, ogni volta che in Italia si ricorre all’utilizzo di questo strumento, si sperimenta un faticosissimo processo organizzativo, che, di solito, ha inizio con la pretesa dei gruppi dirigenti dei partiti, prima ancora che la campagna per le primarie prenda il via, di determinare il “perimetro” delle alleanze, di definire il programma elettorale della coalizione, di scegliere e favorire propri candidati. Si tratta di fattori che evidenziano come quel processo decisionale che muove dal basso, che è caratteristica essenziale delle primarie, in Italia subisca il costante tentativo di sottoporlo ad una sorta di torsione, che punti a rovesciare il suo funzionamento. Si esercita, così, un controllo, dall’alto, che ha l’obiettivo di influenzarne il risultato – spesso anche controllandone regolamenti e svolgimento – e di stabilire un più stretto legame politico con la candidatura che risulterà vincente. Ecco, in questo elemento, risiede la principale differenza di processo tra primarie negli USA e in Italia. Perché è di tutta evidenza che è attorno alla leadership che emerge proprio dalle primarie che si forma la coalizione che la sosterrà alle elezioni generali.  Non è vero il contrario e non è pensabile di rovesciare questo percorso temporale di costruzione del rapporto tra leadership e partito: in questo senso, nelle primarie USA, la coalizione non è composta dal ceto politico che si riversa nelle varie liste di candidati a sostegno quanto, piuttosto, dai diversi settori della società che in quella leadership si riconoscono e che, liberamente, decidono di sostenere il candidato maggiormente rispondente in termini di programma, interessi, idee e valori. Così avviene negli Usa dove, pure i partiti e il loro establishment esistono e, durante le primarie, dicono (o provano a dire) la loro, non soltanto sul piano organizzativo. Ma si tratta comunque di interventi che non ne alterano lo svolgimento, nel senso di una libera competizione tra idee, proposte e storie, così come vengono incarnate dai candidati. In ogni caso, il percorso delle primarie si concluderà con la vittoria della persona nella quale gli elettori hanno scelto di riporre la loro fiducia. Si tratta di un concetto cardine della cultura politica americana che è distante anni luce, se non del tutto estraneo, alla cultura basata sulla dimensione organizzativa dei partiti di massa da cui provengono gli eredi della grande tradizione partitica italiana. Eppure, la scelta di introdurre le primarie anche nel nostro sistema politico, nonostante tutte le difficoltà, i problemi, le polemiche, e le conseguenti fratture politiche, non appare come infondata, tutt’altro. Mentre i vertici dei partiti elaborano regolamenti bizantini, alzano barricate per “delimitare il campo” della coalizione, inquadrano l’elettorato nei vecchi schemi d’appartenenza politico-partitica, la società tende sempre di più a rompere queste barriere, a rifiutare il voto d’appartenenza, a guardare all’offerta politica con sempre maggiore autonomia e, a decidere, liberamente. I candidati che impostano la propria campagna elettorale tenendo conto di questo principio sono quelli che tendenzialmente riescono ad emergere, mentre destinate alla sconfitta appaiono quelle candidature che si fondano quasi esclusivamente sul sostegno dei gruppi dirigenti e sull’assenza di percezione di quanto accade nel mondo al di fuori delle segreterie di partito.

Insomma, il sistema delle primarie italiano appare molto distante dal sistema americano, soprattutto a fronte di quella graduale evoluzione per la quale l’elettorato reagisce agli stimoli della comunicazione ed aderisce ad offerte politiche basandosi sempre più sulla credibilità di chi le propone e, sempre meno, sulla sua identità politica. Questa distanza sembra determinata più da una rappresentazione ormai infondata della società e del rapporto che essa ha con la politica – che i partiti elaborano spinti dall’inesorabile spirito di autoconservazione in cui le classi dirigenti italiane ciclicamente si rifugiano – più che da una corretta analisi del comportamento della società stessa, che, ogni qual volta può esprimersi in questo senso, appare invece più vicina agli Usa di quello che pensavamo. E che attende con ansia che i candidati alle primarie italiane, per la prossima tornata di amministrative, si presentino come persone con programmi, interessi, idee e valori.

In questo senso, segnaliamo un’interessante iniziativa del Centro Studi Americani – via Caetani, Roma, che da martedì 2 febbraio promuove un ciclo di incontri sulle elezioni statunitensi: il primo sarà ” Il modello elettorale americano ”

Alessandro Fiorenza @AleFiorenza

Partecipante corso “Comunicazione, lobby e politica” – Running Academy

I colleghi di Running nel 2008 andarano in America per osservare le primarie. Sì, quelle del 2008, proprio quelle che videro l’affermarsi di Barack Obama. Buona visione.

Condividi:

Dal 2001 Running elabora progetti di formazione rivolti al mondo della politica, delle Istituzioni nazionali e locali, delle associazioni di categoria e delle aziende.

scopri l'academy