USA cocktail: Manhattan Trump o Long Island Hillary?

Continua la corsa dei candidati americani verso la nomination per le elezioni presidenziali del prossimo Novembre. Dopo il Super Tuesday, vinto da Donald Trump e da Hillary Clinton, repubblicani e democratici sono tornati al voto in diversi stati, con primarie e caucus che hanno anche riservato qualche sorpresa. Ma andiamo con ordine.

Repubblicani

Se Donald Trump ha sin qui rappresentato il protagonista assoluto delle primarie repubblicane, i suoi avversari hanno invece inconsapevolmente recitato il ruolo di comprimari, di sparring partner funzionali a fargli conquistare il centro della scena. Una narrazione che ha dominato il dibattito pubblico americano, e che ha trovato costante conferma ogni volta che gli elettori repubblicani sono stati chiamati alle urne. Ecco, i risultati di questa settimana sembrano poter modificare una situazione che appariva come irrimediabilmente definita: dal gruppo degli inseguitori del magnate newyorkese sta emergendo quello che potrebbe (attenzione: potrebbe) configurarsi come un credibile antagonista. Marco Rubio? No. Sorpresa, è Ted Cruz, che dopo l’iniziale vittoria in Iowa sembrava destinato a rimanere schiacciato tra il campione della base repubblicana, Trump, appunto, ed il giovane senatore della Florida sostenuto dell’establishment. E invece sta andando diversamente. Dopo le vittorie in Texas,  il suo home state, in Oklahoma e Alaska, ottenute nel Super Tuesday, Cruz arriva primo anche in Kansas, Maine e Idaho, mentre si conferma al secondo posto negli stati dove vince Trump: Kentucky, Louisiana, Hawaii, Michigan e Mississippi.  The Donald, dunque, continua a mantenere un netto vantaggio nella corsa ai 1.237 delegati necessari per ottenere la nomination repubblicana ma, il senatore texano sta costruendo, passo dopo passo, le condizioni per presentarsi al resto del partito come l’unica vera alternativa. Un quadro del quale cominciano a prendere atto i vertici del GOP, in una situazione tutt’altro che rosea (anche Cruz è considerato un outsider, e nei palazzi di Washington non è ben visto), così riassunta dal giornalista del New York Times David Brooke: “Sono le 2 di notte. Il bar sta chiudendo. I repubblicani hanno bevuto una serie di cocktail “Trump”, forti e sgradevoli. All’improvviso, Ted Cruz comincia ad assomigliare a qualcosa di attraente. Almeno, è prevedibile, e non parla dei suoi organi sessuali nei dibattiti presidenziali!”. Per dire del livello di caos raggiunto dal confronto interno al Partito Repubblicano.

Il prossimo appuntamento importante è quello del 15 Marzo, quando si terranno le primarie in Ohio e in Florida. In questi due fondamentali swing state, i tanti delegati in palio vengono assegnati con il principio del winner takes all, quindi non ridistribuiti proporzionalmente tra tutti i partecipanti, ma assegnati in toto al vincitore. Un’ affermazione di Trump, gli assegnerebbe un vantaggio a quel punto difficilmente colmabile. Se le cose, invece, dovessero andare diversamente, potrebbe farsi più concreta la possibilità di una convention repubblicana con numeri in grado di riaprire la competizione.

E Rubio? Non c’è niente da fare, la sua è una candidatura che non sfonda, e che vede inesorabilmente ridursi , giorno dopo giorno, le possibilità di giocarsi un ruolo di rilievo in queste elezioni: perdere anche in Ohio e in Florida, come ormai sembra più che probabile, segnerebbe la fine del suo presidential bid. 

 

Michigan Dem

 

Democratici

Bernie Sanders vince, a sorpresa, le primarie in Michigan, ed è un risultato di grande rilievo, per diversi motivi. Innanzitutto, tra i diversi stati nei quali i democratici sono andati a votare dopo il Super Tuesday, quello di Detroit è lo stato più grande, che assegna il maggior numero di delegati alla convention (130), che ha un elettorato significativo sul piano demografico e sociale (è lo stato dell’industria automobilistica americana), e che i sondaggi assegnavano a Hillary Clinton con un vantaggio di oltre 20 punti percentuali. Di qui, la grande enfasi che i media americani riservano ad un risultato descritto come una “sconvolgente vittoria”, in grado di rilanciare la candidatura del senatore. Una vittoria, inoltre, che arriva dopo le affermazioni conseguite in Nebraska, Kansas e Maine.

Partita riaperta, dunque, dopo un Super Tuesday che aveva lanciato Hillary verso la nomination? Difficile a dirsi, ed anzi, andando ad analizzare i dati con maggiore attenzione, si comprende come il tentativo di Sanders di contendere all’ex Segretario di Stato la candidatura del Partito Democratico, possa in realtà essere destinato a non riuscire. In Michigan, infatti, come del resto negli altri stati in cui si è votato in questi giorni, i delegati sono assegnati in modo proporzionale, e la vittoria di Sanders è arrivata per pochi punti decimali: secondo il calcolo effettuato da Politico.com, Hillary otterrebbe addirittura tre delegati in più, pur essendo giunta dietro. In più, Clinton vince con grande distacco in Mississippi e Lousiana, confermandosi molto forte in quell’elettorato afro americano e di origine ispanica che, come abbiamo detto più volte, è fondamentale per vincere le primarie (e non solo le primarie). Insomma, come riassume Francesco Costa su Il Post, Clinton continua ad aumentare il proprio vantaggio su Sanders, e anche se il senatore del Vermont riuscisse a ribaltare i sondaggi, che lo vedono sconfitto anche in Ohio e in Florida, la sua corsa sarebbe comunque molto complicata.

Piuttosto, quello che emerge con chiarezza dalle più recenti primarie, è la forza di Hillary negli stati del sud, cui fa da contraltare una preoccupante – in vista delle presidenziali – difficoltà riscontrata nelle primarie invece tenutesi negli stati collocati al di sopra della Mason – Dixon Line. Stati nei quali Sanders è riuscito quasi sempre, anche se a volte solo di pochissimi punti percentuali, a starle davanti. E se questi risultati non gli consentono di ottenere la vittoria finale, gli assegnano comunque un ruolo importantissimo in vista delle presidenziali di novembre. La capacità di attrarre il voto giovanile e il consenso di cui gode e che va diffondendosi in importanti stati del nord, rappresentano un patrimonio fondamentale, che Hillary dovrà saper conquistare e valorizzare. In questo senso, non è un caso che Tad Devine, top strategist  di Sanders, durante un’intervista rilasciata a Politico.com, butti lì l’idea: fare del senatore il candidato vice presidente. Certo, si tratta solo di una battuta, e la scelta del running mate è un percorso più complesso che coinvolge i vertici del partito (che non amano Sanders), ma rende bene l’idea dell’importanza comunque conseguita dalla sua candidatura.

Alessandro Fiorenza 

 

Le pagelle di Gini

Migliore in campo

Sanders: 7.  E’ sempre l’ultimo ad abbandonare il campo degli allenamenti, prova le punizioni, con il suo mancino, nemmeno fosse Mihajlović o Branco o… Maradona. Ecco, no, El Pibe sarebbe troppo, servirebbe veramente la mano de Dios. Ok che è Sarri ma non so se San Gennaro farà il miracolo…

Cruz: 6,5. E’ come  la vodka: inodore, insapore, incolore. Però, se tutta la sera, bevi solo vodka la mattina stai un fiore, pronto a riniziare a bere e a correre… magari come secondo allenatore, magari come Nevio Scala vinci anche la Coppa delle Coppe.

Clinton: 6+. Già sta pensando alla preparazione per la finale di Champions. I numeri e la tattica sono dalla sua parte. Avrà bisogno di una rosa più giovane oltre che forte dal punto di vista atletico. Assegnerà la pettorina di secondo allenatore a Sanders-Sarri? Allegri è e Allegri rimane.

Trump: 6+. Super Trump è proprio lo Special One: caratteraccio e risultati. Esce sempre tra gli applausi degli spettatori che intonano il suo nome. Gli avversari, invece, lo odiano, lo insultano. Ma ricordiamo tutti la sua risposta agli insulti: zeru tituli.

Kasich: 6+. E’il perfetto allenatore in seconda. È il Villas Boas portabibite del portoghese. Se non si monta la testa, il vice Trump sarà lui.

Peggiore in campo

Rubio: 4. Come Stramaccioni, la sua avventura come allenatore di una big finisce presto. Uno è volato in Grecia, l’altro continuerà ad allenare la Florida. Si consoleranno entrambi con mare, sole e grigliate di pesce?

 

 

 

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