Un Trump con i trampoli ma occhio allo sgambetto di Rubio

“Sono stato tra i primi a non crederci, ma ora non vedo come Trump possa perdere. È molto lunga e con lui non si sa mai, ma cosa può capitare?” Così, Christian Rocca, direttore di IL, mensile del Sole24Ore, ed esperto di politica americana, descrive con poche ed efficaci parole la situazione del Partito Repubblicano alla vigilia del Super Tuesday, e lo sconcerto degli osservatori di fronte a quella che sembra un’avanzata inarrestabile verso la candidatura ufficiale per le elezioni presidenziali dell’8 novembre.

Per Donald Trump, infatti, i dati parlano chiaro: dopo la prima sconfitta in Iowa, il magnate newyorkese ha infilato tre vittorie consecutive, e in tre stati:  New Hampshire, South Carolina e Nevada  –  dalla composizione demografica e dal comportamento elettorale piuttosto eterogeneo: rappresentano, insomma, un campione vasto ed indicativo degli orientamenti prevalenti nell’elettorato conservatore americano. A questo si aggiunge il distacco, ormai consolidato, che le urne di volta in volta registrano nei confronti dei suoi diretti avversari, tra i quali fatica ad emergere un candidato in grado di convincere la base del partito, e di configurarsi come l’unico capace di contendergli la nomination. Marco Rubio, ai caucus del Nevada, ha sin qui ottenuto il suo miglior risultato, arrivando secondo ad oltre venti punti percentuali di distacco da Trump, ma senza riuscire ad imporsi su Ted Cruz, che resiste ed ottiene un buon terzo posto, non lontano dal senatore della Florida. Infine, Trump continua a dominare in tutti i sondaggi nazionali – così come dal primo giorno della sua candidatura – e in molti dei sondaggi che rilevano le intenzioni di voto nei quattordici stati dove i repubblicani voteranno il primo marzo, per il Super Tuesday. Come si è arrivati a questo punto?  I fattori che hanno determinato l’ascesa di Donald Trump sono stati diversi, primo fra tutti una sorprendente sottovalutazione delle sue capacità comunicative: sin dal principio, il suo consenso è stato interpretato come fondato solo sulla grande popolarità di ricchissimo imprenditore e celebre personaggio televisivo;  un consenso destinato a sgonfiarsi al momento delle urne. Previsione, come si è visto, clamorosamente sbagliata, che ha indotto gli altri candidati ad ignorarlo per molti mesi, a non rispondere ai suoi attacchi e alle sue provocazioni, e alla fine a dividersi, di fatto eliminandosi a vicenda (la campagna di Jeb Bush, ad esempio, ha imboccato la sua fase discendente dopo un brutale scontro con Rubio, consumato durante un dibattito televisivo, e dal quale Bush è uscito duramente sconfitto). Il forte sentimento di rabbia e contestazione nei confronti dell’establishment da parte dell’elettorato repubblicano – anch’esso ampiamente sottovalutato – ha poi fatto il resto.  In questo senso, ha contribuito molto anche il fatto che ormai da anni il Partito Repubblicano detiene la maggioranza del parlamento ma, nonostante ciò, non è fin qui riuscito ad ottenere alcun risultato di rilievo, non andando mai oltre un fortissimo quanto sterile ostruzionismo nei confronti di Obama e finendo per esser percepito dagli americani come un inutile fattore di blocco. E’ in questo quadro che Trump, come scrive Vox, è riuscito a rimodellare il GOP a sua immagine e somiglianza: la base repubblicana vuole un’outsider alla Casa Bianca.

Ora i vertici del partito sembrano voler correre ai ripari promuovendo una campagna da “tutti contro Trump”,  come testimoniato dall’ultimo dibattito televisivo, durante il quale il magnate di New York è stato il bersaglio di durissimi attacchi da parte dei principali avversari. Ma giunti a questo punto, rischia di non essere la strategia giusta, e richiama alla mente un precedente negativo. Durante la campagna per le presidenziali 2004, per le quali il presidente uscente George W. Bush era candidato ad ottenere un secondo mandato, intellettuali , artisti e musicisti d’America si mobilitarono per evitarne la rielezione, e lanciarono l’acronimo ABB, che stava per “anyone but Bush” (e cioè, chiunque, ma non lui). Finì con Bush che ottenne una netta vittoria, e venne riconfermato Presidente. “Tutti tranne uno” rappresenta infatti una narrazione tendenzialmente suicida (e che ricorda molto da vicino le sante alleanze contro Berlusconi che abbiamo sperimentato qui in Italia), porta a far diventare quell’uno l’unico, vero protagonista della competizione, lo mette al centro della scena, gonfiandone oltremodo le aspettative, contribuisce ad alimentarne il momentum, e insomma lo aiuta a vincere. Ora, la strada è ancora lunga, e non è detto che dal Super Tuesday non riesca ad emergere una candidatura alternativa (più Rubio, che Cruz) in grado di attirare l’attenzione su di sé per ciò che propone e rappresenta, ed in definitiva capace di promuovere uno storytelling alternativo a quello di Trump perché in ogni caso non fondato esclusivamente in antagonismo a lui. Difficile, a questo punto, ma non impossibile: dopo tutto, anche Bill Clinton, nelle primarie democratiche del 1992, non vinse neanche uno stato prima del super martedì. Sappiamo poi come è andata a finire.

Alessandro Fiorenza

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