Una Clinton “Allegri” e un Trump “zemaniano”

Hillary Clinton vince i caucus del Nevada, ed è la sua prima e chiara vittoria nelle primarie 2016. Il distacco inflitto all’avversario non è ampio, per la verità, e si attesta attorno al 5%. Meglio che in Iowa, comunque, dove l’ex Segretario di Stato aveva vinto con poco distacco e il suo avversario, Bernie Sanders aveva, invece, ottenuto un risultato superiore alle aspettative che lo ha lanciato verso la successiva e netta affermazione in New Hampshire. In ogni caso, e per quanto anche qui di misura, quella di Hillary in Nevada è una vittoria che se da un lato la autorizza a trarre un bel respiro di sollievo, dall’altro potrebbe aver interrotto il momentum del Senatore socialista e invertito una tendenza.  In questo senso, da segnalare come Hillary torni a conquistare il voto delle donne, che per il 56% si sono schierate in suo sostegno e, come, la sua si confermi una candidatura molto forte nell’elettorato afroamericano che, ai caucus, ha preferito Hillary al 76%: un ottimo risultato, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti negli Stati del sud, come il South Carolina, dove il voto afroamericano pesa moltissimo e, dove, i sondaggi danno la Clinton in netto vantaggio. Più uniforme, invece, il voto degli elettori di origine ispanica, che secondo le rilevazioni, si ridistribuiscono in maniera equivalente tra i due candidati, con una leggera (e per certi versi, inattesa), preferenza per Sanders (al 53%). Non a caso, nel discorso della vittoria pronunciato davanti ai suoi sostenitori, Hillary ha subito affrontato il tema dell’immigrazione, su cui è generalmente considerata molto forte, e che sta molto a cuore a questo particolare, e determinante, tipo di elettorato.

Sanders, da parte sua, può comunque salutare un risultato positivo, soprattutto se paragonato ai 25 punti percentuali di differenza tra lui e Clinton che i sondaggi rilevavano fino a poche settimane fa. Resta nettamente primo nell’elettorato più giovane (arriva a superare il settanta percento tra gli elettori under 30), e l’entusiasmo creatosi attorno alla sua candidatura dopo il New Hampshire gli ha permesso di attrarre donatori importanti, soprattutto dalla Silicon Valley: è in questo senso significativo il fatto che l’industria tecnologica americana, nel 2008 determinante per la vittoria di Obama, oggi sostenga finanziariamente molto più Sanders che Clinton. Insomma, Sanders ha consenso e risorse per arrivare sino alla fine. Ma l’interruzione del momentum, la perdurante difficoltà di attrarre il voto delle minoranze, unito ad un calendario che porterà i dem a competere in molti stati del sud dove questo tipo di consenso è determinante, potrebbe alla lunga penalizzarlo. Nel concession speech, Sanders ha chiamato i suoi sostenitori al massimo impegno in vista del Supertuesday del primo Marzo, senza mai citare (davvero, mai) il prossimo appuntamento democratico in South Carolina: un errore, dettato dal fatto che, forse, il Senatore considera la partita da giocare in questo Stato del sud come persa in partenza. Non un gran viatico in vista delle prossime tappe delle primarie democratiche.

Repubblicani – primarie in South Carolina

Adesso Trump comincia a “preoccupare” sul serio, e quanti avevano pronosticato un suo ridimensionamento, valutando il consenso di cui gode come esclusivamente fondato su una bolla mediatica, devono ricredersi ed accettare il dato: è il magnate di New York il frontrunner, il favorito alla nomination finale, il candidato da battere. Ed il suo consenso è solido, ramificato, diffuso. Nessuno come lui sa sfruttare il sentimento di rabbia contro l’establishment presente nell’elettorato repubblicano, e nessuno come lui è in grado di tenere la scena e di volgere in proprio favore gli attacchi e le polemiche che lo riguardano, come l’ultimo duello, ingaggiato niente di meno che con Papa Francesco. In South Carolina si afferma con il 32,5% dei voti, staccando di ben 10 punti gli inseguitori.

Secondo arriva Marco Rubio, che rilancia la sua corsa dopo il pessimo risultato del New Hampshire, grazie anche all’endorsement ricevuto pochi giorni prima del voto da Nikki Haley, giovane e popolarissima governatrice dello Stato, figlia di immigrati indiani, che potrebbe contendere a John Kaisich (deludente quinto posto, ad un passo dal ritiro) la nomination a vicepresidente. Rubio va consolidandosi come l’unico candidato in grado di battere Trump, e di unire l’elettorato repubblicano diviso tra sensibilità più moderate e minoritarie, e tendenze estremiste che in maggioranza – alle primarie – affollano i seggi. Come ha scritto su twitter Ryan Lizza, giornalista del New Yorker, più il fronte degli anti Trump si compatta, più il magnate potrà essere sconfitto; viceversa, più i moderati restano divisi, più aumenta la possibilità di vederlo vincitore alla convention di Luglio.

Malino Ted Cruz, che fa la corsa su Trump, anche lui anti establishment e molto di destra, e che avrebbe dovuto avvantaggiarsi della presenza dei cristiani evangelici, una comunità di elettori molto numerosa e tendenzialmente ultraconservatrice, che in Iowa lo aveva premiato. Invece, arriva terzo dietro Rubio. E se da un lato il fronte moderato si compatta in ottica anti Trump, e dall’altro il tycoon continua, com’è prevedibile, a dominare la scena, il rischio per Cruz è quello di finire schiacciato. Al Supertuesday la futura, ed imminente sentenza.

Finisce qui, invece, la corsa di Jeb Bush, “Un fallimento da 150 milioni di dollari”, come titola, un po’ cattivo, Politico.com . In un’elezione nella quale, sia tra i Dem che tra gli elettori repubblicani, domina un forte sentimento contro la politica di Washington e dei partiti, chi si presenta come il campione dell’establishment sconta già in partenza un fardello pesantissimo, che neanche la gran quantità di fondi raccolti, e spesi, può aiutare a sopportare. A questo si è poi aggiunto un candidato che sin da subito si è dimostrato debole, non in grado di reggere il passo dei più forti, ed incapace di trasmettere fiducia e capacità di leadership all’elettorato americano. Dopo il ritiro, ci si aspetta un suo endorsement per Rubio.

Prossimi appuntamenti

Le carovane dei candidati dei due partiti si incroceranno lungo la strada: i democratici si spostano in South Carolina, dove votano il 27, mentre i repubblicani replicano subito, già martedì 23, con i caucus del Nevada. E attenzione al primo Marzo: sarà Supertuesday, 14 Stati che votano in contemporanea, per il primo, vero, momento di svolta.

Alessandro Fiorenza 

Le pagelle di Gini

Migliore in campo

Clinton: 7. Parte con i favori dei pronostici ma, all’inizio, stenta (ricordandoci Mancini). Adesso, è in netta ripresa un po’ come Max Allegri, allenatore educato e preparato e mai messo in discussione grazie alla sua grande capacità di parlare con lo spogliatoio.

Sanders: 6.5.  Continua a ricordarci Sarri. Esce sconfitto dallo Juventus stadium ma praticando un bel gioco e pagando, solo, la maggiore esperienza dell’avversario.

Trump: 7. Da Mourinho a Zeman. Come il boemo insiste con il 4-3-3. Se ne frega dell’opinione pubblica (vedi Papa Francesco) giocando sempre all’attacco. Verrà anche per lui l’inverno zemaniano?

Rubio: 6.5. Alti e bassi che dipendono anche dai turni infrasettimanali e dalla composizione eterogenea dello spogliatoio. Dopo Stramaccioni, ci ricorda Stefano Pioli. Arriverà come l’anno scorso in Champions o si dovrà accontentare dell’Europa League?

Cruz: 5.5. Forse il paragone con Nevio Scala è stato troppo ottimista. Almeno l’allenatore i terzini li faceva salire, lui gioca proprio con ‘ 5 bloccati dietro.

Peggiore in campo

Bush: 4. E’ la delusione di questo campionato. Poteva fare ma non ha saputo come farlo. Un po’ come l’olandese, un po’ come van Gaal al Manchester United che spende e spande ma poi perde e pure male.

Stefano Ragugini 

NEV DEM SCREP

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