Le primarie in New Hampshire: un Sanders alla Sarri

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Repubblicani

Questa volta va tutto secondo le previsioni. Sondaggi rispettati e Donald Trump (35%) è primo in New Hampshire, con un distacco di ben 20 punti percentuali sul secondo classificato. Dopo la sconfitta in Iowa della scorsa settimana, arrivata nonostante avesse dominato la scena tra i repubblicani praticamente per tutta la durata della campagna elettorale, l’imprenditore newyorkese, fedele al cliché di duro da saloon che si è costruito nel corso degli anni, ha cominciato da subito ad alzare il tiro contro i suoi avversari, arrivando ad annunciare l’intenzione di fare causa a Ted Cruz, accusandolo di aver frodato gli elettori dell’Iowa. Come dicono oltre oceano, Trump che fa il Trump. E questo, in un certo modo, ha pagato. Ora, il risultato di stanotte potrebbe rappresentare solo una tappa del lungo processo elettorale – dopotutto, il New Hampshire è uno stato molto piccolo e con un tipo di elettorato che per composizione e comportamento storico è difficilmente rappresentativo dell’intero corpo elettorale americano. Ma potrebbe anche consentire a Trump di trovare il tanto desiderato momentum, e arrivare al prossimo appuntamento in South Carolina, dove si vota fra 10 giorni, con una bella spinta. Lo si capirà a breve.

A proposito di Cruz, il vincitore dei caucus dell’Iowa, giunto invece terzo in New Hampshire. Limita i danni, in uno stato dove i sondaggi, sin dall’inizio, non lo premiavano, anche se i quasi 25 punti di distacco da Trump rappresentano un divario significativo, soprattutto in considerazione del fatto che i due si contendono lo stesso tipo di elettorato, anti establishment e ultra conservatore. Per il senatore texano, la partita è comunque ancora apertissima, anche perché in South Carolina è forte la presenza di comunità religiose come quella dei cristiani evangelici, del cui sostegno si è già giovato in Iowa.

Secondo è arrivato John Kasich, governatore dell’Ohio, finora di fatto invisibile perché confuso nel gruppo degli inseguitori (solo ottavo al primo turno delle primarie la scorsa settimana) e che, stanotte, è invece riuscito ad emergere rispetto ai suoi diretti avversari. Politico di grande esperienza, repubblicano moderato e “ragionevole”, sconta la propria debolezza tra gli elettori degli stati del sud, ed in generale in primarie che sin qui hanno premiato candidati anti establishment. Ma oltre all’endorsement del New York Times (in realtà, non esattamente utilissimo per un repubblicano impegnato in primarie di partito), Kasich può far leva sulla sua enorme popolarità in Ohio, il più importante tra i cosiddetti Swing State, dove i Rep terranno la loro convention (non a caso), e Stato la cui conquista è fondamentale per arrivare alla Casa Bianca. Insomma, dopo il risultato di stanotte, c’è chi vede in Kasich il perfetto candidato vicepresidente.

E Marco Rubio? Come è andato il giovane talento della politica americana, il senatore della Florida lanciato verso il secondo posto, pronto a ricevere gli endorsement dei candidati moderati prossimi al ritiro, e che dopo l’Iowa in tanti davano per vincitore finale? Quinto, indietro di 5 punti rispetto a Kasich, e molto lontano da Trump. E se nelle competizioni elettorali le aspettative hanno un peso, e ce l’hanno, questo risultato rappresenta una brutta battuta d’arresto. Lo stesso Rubio, rivolto ai suoi sostenitori durante il discorso di riconoscimento della sconfitta, ha indicato come causa principale la pessima prova data durante l’ultimo dibattito televisivo, durante il quale, incalzato dagli avversari su quello che è unanimemente considerato il suo punto debole, la mancanza di esperienza di governo, è andato in confusione, ripetendo meccanicamente, e un po’ goffamente, un discorso mandato a memoria sulle colpe di Obama. “E’ stata colpa mia, ma non si ripeterà più”. Adesso deve recuperare.

Ad un passo dal ritiro Chris Christie, governatore del New Jersey , repubblicano più popolare d’America nel 2012, a queste elezioni mai davvero candidato competitivo. È lui che con i suoi attacchi, nel corso del dibattito, ha mandato in confusione Rubio, mettendolo in difficoltà. Ora, per paradosso, in caso di ritiro, potrebbe appoggiarlo. Come Jeb Bush, che per ora va avanti, ma non sembra in gran forma. Ok, in New Hampshire è andato meglio che in Iowa, ed è riuscito addirittura ad arrivare quarto, davanti a Rubio. Ma la sua resta comunque una campagna incolore, soprattutto in considerazione delle enormi cifre spese nel corso di questi mesi. Ha salutato i suoi sostenitori dicendo “Non siamo morti, andiamo in South Carolina”: non un gran slogan.

Democratici

È il momento di Bernie Sanders. Anzi, il momentum. Il gran recupero realizzato in Iowa, e la netta vittoria conseguita in New Hampshire, gli danno grande forza e una notevole spinta per i prossimi appuntamenti delle primarie: che il senatore, in questo Stato, fosse in vantaggio rispetto a Hillary, era ampiamente previsto da tutti i sondaggi , ma le dimensioni della vittoria vanno ben oltre rispetto a quanto rilevavano le misurazioni statistiche degli umori dell’elettorato democratico. Sanders vince con il 60% dei voti, lasciando indietro Clinton di 20 punti, e vincendo queste primarie con un distacco che non si è mai registrato nelle primarie qui tenute nei decenni passati. Interessante, poi, l’analisi dei flussi elettorali, dalla quale emerge con chiarezza come Sanders riesca a convincere soprattutto tra giovani e donne. Un risultato preoccupante per Hillary, anche in considerazione del fatto che da qui al prossimo turno i media americani parleranno di lei facendo continui paragoni con le primarie del 2008 (quando in New Hampshire, invece, vinse contro Obama). Naturalmente, la strada, anche nel campo democratico, è ancora molto lunga, ed anzi sin qui Hillary Clinton ha dovuto competere in zone del Paese dove i sondaggi già registravano qualche difficoltà, mentre il terreno a lei più favorevole deve ancora arrivare: gli stati del sud, ad esempio, dove l’elettorato afroamericano è molto numeroso e, nei sondaggi, premia decisamente più Clinton che Sanders, per il quale anzi il voto delle minoranze rappresenta una vera e propria difficoltà. Insomma, competizione serratissima tra i Dem, al punto che, stando così le cose, è impossibile fare previsioni.

La prossima data da tenere d’occhio è quella di sabato 20 Febbraio. Stavolta i partiti si dividono: i repubblicani, come detto, vanno in South Carolina, dove terranno primarie aperte, mentre i democratici fanno rotta per Las Vegas, e i caucus del Nevada.

Vi segnalo l’ incontro a Roma “USA 2016: le elezioni americane, spiegate, bene“.

Alessandro Fiorenza 

Le pagelle di Gini

Migliore in campo

Sanders: 7,5. Come Sarri, arriva a palcoscenici importanti non giovanissimo ma, come lui, sa entusiasmare i giovani americani come il mister fa con gli scugnizzi napoletani.

Trump: 7. Trump torna a fare il Trump. Sostanza ma anche colpi alla Mourinho.

Kasich: 6,5. Già pensa al ruolo di secondo. E se fosse un tipo alla Villas Boas?

Cruz: 6. Dopo la prima vittoria si schiera con un 5-3-2: troppo difensivo. Almeno i terzini poteva metterli di spinta. Nevio Scala.

Rubio:  5,5 ricorda un po’ Stramaccioni. Bravo con la primavera, negli allenamenti ma, poi? Ecco, poi?

Christie e Bush: 4,5. Gli amanti del fantacalcio dovrebbero ricordarsi: “Rambaudi, 4 un ectoplasma”. Sono i Rambaudi delle primarie.

Peggiore in campo

Clinton: 4. Prepara la campagna da 10 anni sperando di essere Conte o, almeno, Allegri. Per adesso, rimane solo in “zona Champions League”. I giornali titolavano “siamo tutti Mancini” ma poi hanno fatto dietrofront , lo faranno anche con la Clinton? . Manciniana.

Stefano Ragugini 

 

 

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